“Un’esperienza diretta a CasArcobaleno”

Un estratto tratto dalla tesi “La strategia di rete nel lavoro sociale: il caso di Scampia” di Emiliana Gullo dell’Università della Calabria in cui si parla dell’esperienza diretta a CasArcobaleno.

«Un mese trascorso in una tra le periferie più famose all’opinione pubblica, per un’esperienza incisiva e altamente formativa, grazie alla possibilità di svolgere il tirocinio curriculare fuori regione. Destinazione Scampia (NA), presso CasArcobaleno, una comunità educativa dei Lasalliani per ragazzi in situazione di disagio e a rischio di dispersione
scolastica, e nelle periferie non è certo difficile trovarne. Giorni intensi e dal programma serrato in questa esperienza condivisa con due colleghi del medesimo corso di laurea.

La giornata era strutturata in due momenti definiti, al nostro arrivo, con fratel Enrico, referente del tirocinio: la mattina presso CasArcobaleno per dare una mano ai ragazzi presi dallo studio della tesina e dalla preparazione per l’esame di licenza media; il pomeriggio più dinamico, alternando le attività nella ludoteca “Il giardino dai mille colori”, gestita dalle Suore della Provvidenza; le visite presso i vari servizi di terzo settore del luogo, al fine di una più ampia conoscenza territoriale per la stesura della medesima ricerca e le passeggiate presso il campo rom di Scampia e di Giugliano. Al termine delle attività formali, non sono mancati i momenti di convittualità e di preghiera assieme ai due frati che ci hanno accolti nella loro abitazione.

All’inizio non è stato semplice adattarsi a vivere in quello che è un quartiere buio e, soprattutto, poco raccomandato, vivendo, tra l’altro, in un’altra casa e cambiando le proprie abitudini. Nei giorni seguenti, invece, si è iniziato a familiarizzare con il contesto, al punto di non rendersi quasi conto di trovarsi lì. E’ stato come vivere una vita parallela, immergendosi completamente in ciò che la stessa esperienza suggerisce. Questo mese è stato caratterizzato dalle sveglie mattutine alle 7.30, la colazione osservando la bellezza del Vesuvio su cui affacciava la nostra finestra, dalla fretta di scendere a scuola per farsi trovare prima dell’arrivo dei ragazzi e, soprattutto, dal costante timore di non essere abbastanza per poterli concretamente aiutare. Ciò che si è subito notato è la diminuzione del tasso di alunni frequentanti la scuola di seconda opportunità, potendo rilevare un certo grado di dispersione nella stessa
misura di contrasto attuata. Tali situazioni sono state sempre prontamente fronteggiate dal Presidente della struttura, che contattava tutte le famiglie per rilevare informazioni sull’assenza del minore. In questo senso, però, si è notato come, molto spesso, i genitori tendano a giustificare l’assenza del figlio a scuola, spesso con motivazioni di salute oppure riferendo che la sera precedente il figlio ha fatto tardi e perciò non ha la forza di alzarsi dal letto per andare a scuola.

Inoltre, è bene sottolineare come la struttura metta a disposizione dei ragazzi il servizio di trasporto; ciò significa che tutte le mattine un operatore si reca presso le abitazioni degli studenti per portarli a scuola, e arriva anche a svegliarlo facendogli squillare il telefonino, tante volte, però, senza esito. Si è potuto riscontrare anche un abbandono del progetto da parte di un ragazzo, che non riusciva a venir fuori da uno schema già interiorizzato di assenza di regole ed educazione oltre che di istruzione. Seppur, in via del tutto informale, egli ha rivelato come motivazione, o giustificazione, un’incompatibilità con alcuni degli operatori di CasArcobaleno.

Da quanto osservato, a fare la differenza sostanziale in CasArcobaleno è il rapporto che gli operatori instaurano con i ragazzi, ciò emerge dalla stessa strutturazione del tempo della giornata scolastica. L’attenzione posta ai loro stati d’animo quotidianamente, alle loro necessità e al loro modo di essere è sottolineata dall’ascolto, che si realizza sin dall’inizio giornata. Infatti, il primo momento in CasArcobaleno è “il cerchio”, dove tutti, sia ragazzi sia insegnanti, educatori e operatori si scambiano idee su come impostare la giornata, illustrandone anche le aspettative. Si prosegue, poi, con lo studio delle più tradizionali materie scolastiche a cui si alternano momenti di svago, come il gioco e la ricreazione. Anche il momento della pausa è sorprendente e innovativo, rimarcando il concetto di comunità e casa sopra argomentato. Infatti, la struttura è dotata di una cucina, usata per il relativo corso, che per la ricreazione diventa uno spazio in cui i ragazzi possono, con l’aiuto dei responsabili, prepararsi la merenda. Oltre a tutto ciò, i momenti convittuali si arricchiscono della possibilità, per i ragazzi, di sfidarsi in una partita a Ping Pong, o a calcio balilla o di rilassarsi e scambiare quattro chiacchiere comodamente, come a casa loro, su uno dei divanetti presenti nella struttura. Ancor più, la struttura gode di un grande spazio all’esterno, con un campo di calcetto che permette loro di godere anche di momenti all’aperto. La giornata, poi, si conclude con il ritorno “in cerchio” dove, questa volta, si ascoltano le difficoltà e i punti di forza riscontrati durante la giornata, sia da parte degli insegnanti e operatori sia da parte degli studenti, ai quali viene chiesta un’autovalutazione sull’impegno impiegato nelle varie attività. Caratteristica, oltre che fortemente significativa, anche quest’ultima attività, che si conclude con l’attacco di emotion, che rappresentano il loro stato d’animo, su dei cartelloni, uno per ogni studente, a forma di cellulare affissi su una parete. Tuttavia, è la struttura stessa che contribuisce a rendere CasArcobaleno diversa dalle scuole “tradizionali”. Infatti, gli spazi, ampi e colorati, trasmettono un senso di libertà e di gioia facendo sentire i ragazzi non chiusi in una gabbia ma liberi di esprimersi e di essere se stessi. Spesso, infatti, a causa dell’organizzazione logistica della scuola pubblica, essa viene percepita, e conseguentemente, vissuta dai ragazzi come “un carcere” (intervista a E.).

E’ bene chiarire che, i ragazzi che frequentano CasArcobaleno sono persone che non ripongono più fiducia nel sistema scolastico classico e che per i motivi più svariati abbandonano il percorso educativo:
“Sono ragazzi che hanno interrotto le relazioni affettive con il mondo
degli adulti. Prima a livello familiare e poi scolastico” (intervista a P.).
Infatti, il fenomeno della dispersione si può collegare a quello della marginalità sociale, risultato di un intreccio tra emarginazione scolastica, povertà economica, culturale e affettiva (Colombo 2010, pp.81-101).

Da quanto emerso. il diritto allo studio non viene assolutamente percepito in quanto tale:
“la cosa triste è che loro non pensano che la scuola possa dargli una prospettiva di vita, nel senso, loro non investono nella formazione scolastica. Loro lo vivono come obbligo e non come diritto, questo è il problema! Loro non  capiscono che facendo un percorso di formazione e istruzione avrebbero una chance in più. Loro lavorano per obiettivi minimi, cioè conseguire giusto per… ma di questa esperienza già so che tanto non mi darà un’opportunità“ (intervista a N.).

Questo approccio allo studio riflette una prospettiva che si origina già nelle famiglie:
“molte mamme mi dicono: io lo mando perché è un obbligo, se no non li manderei proprio! ” (intervista a L.);
“il diritto allo studio non è proprio percepito. Viene visto come un obbligo più che come un diritto. E dalle famiglie uguale” (intervista a E.).

Proprio questo aspetto è ciò che determina maggiori difficoltà nel recuperare il ragazzo in dispersione; senza un concreto sostegno da parte della famiglia l’azione di recupero rischia di dimostrarsi vana. E questa è una realtà molto diffusa sul territorio, dove molti dei ragazzi in tale situazione si trovano con un destino già designato, volto ad intraprendere strade alternative alla legalità, seguendo le orme dei padri. In questa esperienza, però, si è constatato che non sempre le famiglie sono assenti ma che, anche se raramente, forniscono ai figli gli strumenti per intraprendere una strada diversa e migliore di quella che il quartiere può fornire. Infatti, in CasArcobaleno a situazioni più difficili e articolate si affiancano realtà più leggere e flessibili, a dimostrazione che il fenomeno della dispersione non sempre, e non necessariamente, è da connettersi a problematiche interne al contesto culturale di riferimento, che nel nostro caso, può riconnettersi alla presenza della criminalità, della povertà socio-economica, alla configurazione di uno spazio periferico. L’allontanamento dalla scuola potrebbe derivare, dunque, anche dalle
attitudini personali del ragazzo/a e, soprattutto, dal clima scolastico: “Ormai non andavo più alla scuola pubblica da aprile dell’anno scorso. Non ci andavo perché non mi piaceva tanto andarci. Non era il fatto che non mi piacesse studiare o che altro, ma era proprio il fatto di andarci…alzarmi, andare lì, affrontare sei ore e i professori con cui non andavo manco tanto d’accordo. Poi non andavo d’accordo nemmeno con i miei compagni e quindi era un motivo in più per non andarci “ (intervista a G.).

Dunque, è evidente come non sia possibile tracciare un profilo tipico del ragazzo disperso, in quanto si tratta di un fenomeno assolutamente multifattoriale. Ciò significa che, in quanto tale, incanalandolo mediante diversi segnali di rischio, come l’indicatore assenze, la non frequenza, bocciatura, gli abbandoni si manifesta un problema che, a sua volta, può essere scomposto.
“Ci sono casi in cui la scuola è frequentata poco o mal frequentata per assenza di motivazione dal punto di vista delle famiglie, quindi per ragioni socio, economiche e culturale, contesto di provenienza. Casi in cui è la scuola stessa ad essere iatrogena, cioè all’interno di classi in cui ci sono ragazzi di diversi livelli la scuola tende ad essere, in qualche modo, troppo a misura di quelli che vanno bene e poco a misura di quelli che vanno male. Quindi, la scuola finisce con l’essere poco inclusiva o inclusiva solo di fatto. Perciò la motivazione degli studenti diminuisce. E poi ci sono altre concause che possono essere di vario tipo, penso al caso specifico degli stranieri, dove tu non hai nella cultura di provenienza un’affiliazione alla scuola automatica ma la devi produrre, quindi devi essere tu a combattere l’evasione dal principio, cioè ad andare a prendere i bambini nei loro luoghi e portarli a scuola.” (intervista a A.M.)

Se è stato più volte ripetuto quanto l’aspetto fondamentale di CasArcobaleno concerni l’aspetto della relaziona tra adulti e ragazzi, è doveroso sottolineare che instaurare una relazione di fiducia con loro non sempre è semplice, poiché, come ci è stato riferito da una delle operatrici di CasArcobaleno:
“Tendono ad andarsene, spesso devi andare a riprenderli…sono molto sfiduciati, hanno perso l’idea di potercela fare nella vita. Soprattutto nei laboratori, concretamente, esce fuori tanta ma tanta sfiducia verso il futuro. Si sentono come se fossero già segnati. Inoltre, hanno poca capacità di lavorare sulle emozioni. Sono poco introspettivi loro, riescono meglio a fare cose più concrete. Proprio non riescono a parlare di loro e dire come stanno. È un meccanismo di difesa per affrontare la realtà” (intervista a A.M.).

D’altro canto, la connotazione di un approccio relazionale con pochi confini tra insegnante e studente potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio. Infatti, se da un lato, il punto di forza di Casarcobaleno è quello di improntare tutto sulla relazione, dall’altro ciò determina diverse problematiche. Infatti, ascoltare e osservare come gli studenti si pongono nei confronti dell’insegnante consente di trovare il tanto difficile equilibrio tra quella che è la formalità dei ruoli e il tono, più o meno amichevole, della relazione. Si rende necessario che lo studente riconosca i confini tra la disponibilità e la differenza dei ruoli, senza che si oltrepassi il limite (Siviero 2006). In CasArcbaleno, spesso, accade
che i limiti vengano oltrepassati, come osservato, capita che i ragazzi rispondano ai richiami degli educatori in dialetto, con espressioni volgari, addirittura scappando dalla scuola o scaraventando sedie a terra. Tale situazione determina un non indifferente carico emotivo sugli operatori e sul resto degli studenti. Infatti, a questo proposito, durante l’esperienza diretta, si è potuto osservare come per gli educatori sia previsto un supporto psicologico costante da parte di un’operatrice esterna, soprattutto, al fine di elaborare i sentimenti contrastanti che in loro si sviluppano, essendo fortemente esposti a tutte le problematiche della vita dei ragazzi. Non di meno, questo tipo di rapporto con i propri insegnanti, si è registrato informalmente, quanto rappresenti per i ragazzi fonte di preoccupazione e ansia per il loro futuro, in quanto alla fine dell’anno dovranno vivere un distacco impegnativo da quelle persone che li hanno aiutati a raggiungere un obiettivo e, soprattutto, che li hanno spronati a credere in se stessi. Instaurare delle relazioni con i ragazzi di CasArcobaleno è stato un percorso lento e in salita, sia per il poco tempo della nostra permanenza, non sufficiente per creare rapporti solidi di fiducia, sia per la diffidenza, iniziale, da parte sia nostra sia dei ragazzi. Nonostante tali difficoltà è stato, comunque, possibile tessere con loro dei legami, che si sono evoluti durante il mese di permanenza e sono diventati rapporti sani di fiducia, aiuto reciproco e confidenza. E’ da aggiungere che, il periodo dell’arrivo in struttura ha reso più complessa la circostanza, in quanto, i ragazzi erano particolarmente sotto pressione e in tensione per la preparazione degli esami di licenza media.

Per quanto riguarda, invece, il rapporto con gli operatori è stato fin da subito contrassegnato da fiducia e disponibilità nei nostri confronti. Seppur sia capitato che, in alcune circostanze, si sia limitata la nostra presenza in aula per non risultare eccessivamente invadenti nei confronti dei ragazzi, che avrebbero potuto percepire una situazione di eccessiva disparità rispetto al controllo da parte degli adulti. Tuttavia, è emerso che in situazioni di frontiera, come quella rappresentata dal contesto in esame, non possa esistere un setting strutturato di lavoro. Nello specifico, si è rilevato come il ruolo dell’assistente sociale sia, essenzialmente, assente:
“L’assistente sociale qua dentro non è funzionale. Basta la psicologa”(intervista a P.).

Da ciò emerge chiaramente come il lavoro di rete a livello territoriale sia ancora poco maturo e inefficiente. Ciò appare anche in relazione al rapporto con alcune delle scuole che hanno firmato il protocollo d’intesa con CasArcobaleno:
“ E’ stato fatto con le scuole negli ultimi dieci anni un faticoso lavoro e ancora con alcune scuole l’obiettivo è veramente ai minimi termini. Per esempio, mi ha chiamato prima una mamma dicendo che ha telefonato la professoressa del figlio, gli ha dato la tesina e ha detto che visto che F. ha difficoltà, la mattina lei si rende disponibile o per accogliere il ragazzo a scuola o per andare addirittura a casa del ragazzo a studiare. Se vedi il numero di presenza qua dentro, quando si parla di tesine e una professoressa dice una cosa del genere, il ragazzo qua non viene più; e se bastano quattro fogli di carta, che tu puoi imparare a memoria, hai quattro ragazzi che partecipano a scuola arcobaleno su un gruppo di 12. Un’altra ragazza è entrata con la tesina, perché la professoressa le ha dato una tesina sulla donna, la nostra tesina è sulla legalità, noi avevamo impostato tutt’altro discorso. Adesso, tra un’ora, ho lezione ma questa ragazza è inutile che entra con me. Se la professoressa le dice questo significa che io non ho più gli strumenti per poter parlare con quella ragazza. Un altro ragazzo, invece, ha fatto il 50% delle assenze e la scuola non è intervenuta durante l’anno, se su 100 giorni è venuto 50 e per 25 non aveva voglia di fare nulla, capisci che se io lo comunico alla scuola, la scuola come unico obiettivo mi dice te lo tieni e me lo promuovi, alcune scuole”(intervista a P.). 

Questo fa emergere come la scuola pubblica spesso miri solo a promuovere i ragazzi col fine di “toglierseli di torno” non dedicandosi, invece, al loro modo di essere, alle loro necessità o carenze. Come sosteneva Don Milani (1967) “la scuola pubblica è un ospedale che cura i sani e respinge i malati”».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *