L’esperienza dei ragazzi di Grugliasco a CasArcobaleno

Tutto è iniziato il 2 luglio quando, sorprendendo tutti, Don Paolo, il  sacerdote della nostra parrocchia, ci ha dato la possibilità di partire per un’esperienza del tutto nuova per noi nel quartiere di Scampia a Napoli.

Noi siamo un gruppo formato da undici ragazzi di 18 anni e due educatori delle quattro parrocchie dell’unità pastorale 46 di Grugliasco. Dopo un anno di cammino di gruppo formativo e alle spalle anni di esperienze molto forti, abbiamo accettato di vivere questa esperienza a Scampia, ospitati dai Fratelli delle Scuole Cristiane. Calorosamente accolti da fratel Enrico e fratel Raffaele, due vecchie conoscenze di Grugliasco, ci siamo presto ambientati in un quartiere che è molto diverso dalla “nostra” realtà: fratel Enrico ci ha subito fatto fare un giro per le vie, sotto gli occhi curiosi degli abitanti, attraversando le “Vele” e spiegandoci di come la nostra presenza lì significasse molto per loro, abituati ad essere esclusi ed emarginati dal resto della città, a causa dei tanti pregiudizi che li riguardano. Quando si arriva la prima cosa che non si può non notare, oltre all’applicazione totalmente arbitraria del codice stradale, è lo stato di trascuratezza in cui vive il quartiere il cui simbolo sono ormai divenute le vele, strutture fatiscenti in cui vivono centinaia di persone.

Noi siamo stati ospitati in una struttura chiamata “CasArcobaleno”, il cui nome dice tutto, e fin da subito il piccolo Francesco Pio, un bimbo li di casa, ci ha accompagnati con la sua allegria. Alla sera abbiamo conosciuto i tre nostri compagni di viaggio francesi: Kiki, Maud e Costance, che hanno condiviso con noi tutte le esperienze della settimana, come anche due ragazze venete: Margherita e Gaia; inoltre sono arrivati alcuni dei ragazzi del quartiere, come Peppe, Cristian, Francesco e molti altri con i quali si è instaurato da subito un rapporto speciale.

Dal secondo giorno la giornata  si è strutturata come poi è trascorsa fino a venerdì: ci siamo divisi in due gruppi che al mattino si alternavano per andare a fare pre-scuola ai bambini Rom del campo di Giugliano, un paese vicino a Napoli, oppure centro estivo ai bambini dagli 0 ai 14 anni. Entrambe si sono rivelate esperienze molto profonde e formative, nonostante i timori e le insicurezze che avevamo di lavorare con i Rom, non avendolo mai fatto prima. L’esperienza di pre-scuola, per noi, è stata tra le due la più profonda e ci ha dato l’opportunità di entrare in un mondo per noi prima sconosciuto. Il primo impatto è stato come ce lo si potrebbe immaginare: i bambini erano sporchi e trascurati, ma giusto il tempo di sederci ai tavoli i mezzo a loro e siamo stati travolti da una gioia, voglia di vivere e intelligenza sorprendenti. Insegnando loro una lettera e un numero al giorno, ci hanno fatto entrare nel loro mondo: molti bambini hanno chiesto alle ragazze l’età e se fossero sposate, mentre con i ragazzi è nata una sorta di competizione. Tutto ciò non sarebbe stato possibile se non grazie all’impegno e al lavoro dei maestri della Garden School, come Carmelina e Pippo, e degli autisti, fratel Raffaele e Dean, del fantastico camper scuola.

Al pomeriggio un gruppo restava alla casa che fungeva anche da “oratorio” facendo giocare i ragazzi del quartiere, mentre il secondo gruppo si dirigeva al campo Rom di Giuliano, famoso per le sue condizioni di povertà e trascuratezza, per far giocare i bambini. Al campo andavamo accompagnati da fratel Enrico e portavamo con noi libri per bambini, corde e palloni. Il primo giorno che abbiamo visitato il campo era finito da poco un temporale e in queste occasioni le baracche vengono circondate da una massa di fango che ne rende persino difficile l’uscita. Inoltre si formano enormi pozze dove l’acqua ristagna peggiorando ulteriormente la situazione. Il campo si sviluppa allungandosi sul versante di una collina e quindi per giungere nella parte finale, dove è presente una specie di “piazzale” bisogna percorrerlo praticamente tutto. All’inizio è presente un enorme accumulo di rifiuti di cui nessuno si preoccupa ed è circondato da roulotte e baracche fatiscenti.

Arrivati al campo, subito veniamo accolti dai bambini e da alcune ragazze della nostra età, o anche più piccole, che tengono in braccio il fratellino o il figlio, cosa che inizialmente ci ha fatto riflettere molto. Sono specialmente le ragazze le più curiose ed interessate al confronto con noi e soprattutto sono quelle con cui riusciamo a comunicare meglio, poichè i bambini parlano praticamente solo Romanì, la loro lingua, e abbiamo percepito il loro desiderio di riscatto. Proseguendo mano nella mano con i bambini, o a cavalluccio, passiamo nella parte bassa del campo sotto lo sguardo attento e curioso dei suoi abitanti. Qualche ragazzo non viene con noi, perché, per litigi fra famiglie, i bambini della parte sopra del campo non vanno in quella di sotto e viceversa. Nei giorni quando non piove, passando per la “strada” si sollevano nuvole di polvere e si sente lo scricchiolio delle centinaia di bottiglie di plastica semi sotterrate. Arriviamo allo spiazzo e ci mettiamo in cerchio. Enrico inizia con noi a cantare e ballare alcuni bans,balli di gruppo che in qualche modo servono a farci conoscere da loro, e tutti i bambini ci vengono dietro, balbettando parole di cui non conoscono il significato. Successivamente ognuno di noi prende uno dei giochi che abbiamo portato e ci si divide tra chi racconta storie, o meglio fa vedere le immagini, chi fa saltare la corda, chi gioca a calcio o a rincorrerli, attività che preferiscono più di tutte, soprattutto i bambini più piccoli che girano per il campo completamente nudi. Nel mentre fratel Enrico fa visita ad alcune famiglie più bisognose, portando magari medicine e aiutandoli nel miglior modo possibile. Gli adulti continuano le loro attività e delle donne ci offrono dell’acqua. L’ultimo giorno in cui siamo andati da loro ci hanno offerto anche un pezzo di capra arrostita sullo spiedo proveniente direttamente dalla Bulgaria, fatto che accade solamente in occasione di feste: infatti il giorno prima aveva avuto luogo un matrimonio. Tornati a casa Arcobaleno eravamo sporchi ma pieni di gioia.

Durante questa settimana non sono comunque mancati i momenti di riflessione, strettamente legati alle nostre attività quotidiane. Alcune volte, curiosi del legame che vedevano fra di noi, rimanevano anche alcuni ragazzi di Scampia e pregavamo tutti assieme, condividendo le nostre vite e le nostre giornate. Abbiamo avuto l’opportunità di ricevere una messa tutta per noi, per così dire, interattiva, alla luce del tramonto e l’ultima sera abbiamo scritto delle lettere a noi stessi che Enrico ci manderà verso febbraio, per vedere se saremo come avremmo voluto essere dopo un esperienza così significativa. Il Sabato l’abbiamo passato interamente a visitare la suggestiva Napoli con i suoi vicoli e i suoi cibi caratteristici. Alla partenza, accompagnati dagli amici francesi, eravamo tutti un po’ malinconici, ma ricchi nello spirito di questa straordinaria esperienza che ci ha lasciato sicuramente molto di più di quel poco che speriamo aver lasciato noi nei loro cuori.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *